I disegni di Tripisciano

Mostra: I disegni di Tripisciano

La mostra si snoda in tre sale, la sala del Belli, quella dell'Orfeo e quella degli Angeli, ed evoca una sorta di viaggio a ritroso nel percorso culturale e umano del Tripisciano: dalla fama allo studio, sino a ripercorrere le radici dello scultore.

La fama
Il percorso dell'esposizione inizia proprio dagli ultimi anni di vita quando l'artista aveva raggiunto la sua maturità artistica e aveva ottenuto riconoscimenti e successi.
Tra la fine dell'Ottocento e il primo decenni del Novecento, infatti, Michele Tripisciano ebbe commesse importanti, onorificenze e premi .
Forse l'opera più nota di quel fecondo periodo artistico è l'Orfeo, un bellissimo marmo che nel 1898 venne presentato alla prima Esposizione Italiana di Belle Arti a San Pietroburgo,riscuotendo un enorme successo. L'anno seguente la stessa opera venne scelta a rappresentare l'Italia all'esposizione di Parigi, ed ancora venne premiata nell'esposizione di Roma del 1901 e in quella internazionale di Barcellona del 1902. Ebbe medaglie e diplomi d'onore ad ogni esposizione e vinse i concorsi per l'esecuzione delle due statue di Paolo e Ortensio per il Palazzo di Giustizia a Roma, per rappresentare la Sicilia sul monumento del Vittoriano e per il monumento a Gioacchino Belli.
Nel 1912 Vittorio Emanuele II gli conferì l'onorificenza di cavaliere dei SS Maurizio e Lazzaro .

Lo studio
I disegni preparatori delle opere e gli schizzi presenti in questa sala testimoniano lo studio severo e costante a cui Michele Tripisciano si sottoponeva prima di realizzare un'opera scultorea.
Grazie alla munificenza di Guglielmo Luigi Lanzirotti, suo mecenate, ebbe i migliori maestri dell'epoca nell'Ospizio di San Michele a Ripa, a Roma.
Il suo maestro di Disegno di figura - cui si riferiscono gli studi giovanili esposti - era Alessandro Ceccarini. (Roma 1825-1905).
Studiò Prospettiva con Enrico Bechetti autore di uno Studio teorico pratico delle ombre e del chiaroscuro: applicazioni al disegno geometrico ed alla prospettiva, Architettura con Pietro Benedetti e Ornato con Paolo Cacurri .
Nel 1880 lasciato l'Ospizio di San Michele, continuò a perfezionarsi presso lo studio dello scultore Francesco Fabi Altini, che si atteneva ad uno stile ancora classicheggiante benché attento allo studio del vero. A questo periodo risale il bassorilievo Studio dal vero, facilmente confrontabile con i disegni a carboncino.
I suoi maestri, e la presenza nell'ambito culturale romano del grande vecchio pittore Francesco Podesti, gli avevano insegnato un metodo di lavoro preciso, come testimoniano gli schizzi e i progetti ritrovati presso la Biblioteca Comunale di Caltanissetta.

Le radici
Nonostante l'impegno artistico e la notorietà raggiunta Tripisciano non spezzò mai i suoi legami con Caltanissetta, dove vivevano i suoi familiari e dove tornava appena ne aveva la possibilità. Amava soprattutto la sua casa di campagna a Sabucina che egli ritrasse in un delizioso quadretto che volle intitolare in siciliano In campagna nni mi , casa che egli decorò con affreschi e disegni. Da quella casa proviene il letto in ferro battuto su cui Tripisciano aveva dipinto il ponte di Capodarso e il castello di Pietrarossa, due simboli della sua città.
Il legame affettivo con la sua terra si concretizzava anche nella riconoscenza verso il barone e la baronessa Lanzirotti che erano stati i suoi mecenati, lo avevano incoraggiato e sostenuto negli anni degli studi e che egli ritrasse con fine intuizione psicologica.
Fortissimo inoltre il suo legame con la famiglia d'origine, con i suoi genitori e i fratelli. Dopo la fatica dell'esecuzione del Monumento al Belli e gli onori ricevuti tornò ancora una volta a Caltanissetta, per riposarsi in famiglia, ed iniziò a dipingere un grande quadro ad olio che intitolò La battaglia, ma le forze gli vennero meno e il quadro rimase incompiuto. Morì di polmonite a Caltanissetta il 21 settembre 1913.

 

« Che il tuo genio nel marmo hai così impresso Che pur mirando ad eternare il Belli, Sei riuscito a immortalar te stesso! »

(Cav. Avv. Giuseppe Geraci "Lazio ieri e oggi", fascicolo XXV -1989.)

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